Corea
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AM2007/ PENISOLA COREANA: È PRESTO PER PARLARE DI PACE

 

Nella penisola coreana e in Asia nord orientale il 2007 verrà ricordato per tre avvenimenti: la svolta epocale della politica nordcoreana dell’amministrazione Bush che, dopo sei anni di totale intransigenza, ha iniziato seri negoziati bilaterali con la RPDC (acronimo per Repubblica Popolare Democratica di Corea); il secondo summit intercoreano in 59 anni che ha approfondito il dialogo fra la giovane e vivace democrazia del sud e il nord comunista; infine, il ritorno al potere di un presidente conservatore a Seoul dopo un decennio di amministrazioni progressiste

 
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AM 2005-06/ SAGA NUCLEARE NORDCOREANA: IL GIOCO DELLE PARTI

 

Nel periodo sotto esame (1° dicembre 2004 – 31 dicembre 2006) è continuato l’insensato testa a testa fra la potenza più grande del mondo e il piccolo disastrato regime comunista nordcoreano. La crisi nucleare, in atto dall’ottobre del 2002, è salita di livello. Il 9 ottobre del 2006 la RPDC (Repubblica Popolare Democratica di Corea) ha compiuto il suo primo test nucleare sotterraneo (dopo aver testato 7 missili in luglio) ed è diventata il nono paese nucleare, come ha sbrigativamente affermato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Il dialogo a sei (due Coree, Stati Uniti , Cina, Giappone e Russia), ripreso a dicembre dopo 15 mesi di interruzione, è stato breve ed inconcludente. Come notato nei precedenti numeri di AM, il processo di nuclearizzazione della Corea del nord è il logico sbocco risultato della politica fallimentare condotta dall’amministrazione Bush negli ultimi sei anni. Come è noto, il cambio di regime è nel DNA dei neoconservatori dell’amministrazione Bush. Secondo i quali agli stati dell’asse del male (Iraq, Corea del nord e Iran) va portata con le buone o con le cattive la fiaccola della democrazia. Visto i disastri provocati in Iraq dall’attacco armato, con la Corea del nord (e con l’Iran) è in atto da più di un anno la prova generale dello strangolamento finanziario, versione morbida del «regime change». Nonostante la sbandierata volontà di percorrere la strada del dialogo multilaterale. E minando gli sforzi degli stessi diplomatici americani impegnati nel tavolo a sei. Tra i funzionari del Dipartimento di Stato e l’ala dura neocon (in testa Cheney e Rumsfeld) c’è stata la solita altalena. Appena si riusciva a intravedere un via d’uscita o la possibilità di uno sblocco nelle trattative, dietro le quinte interveniva l’onnipotente vicepresidente o una delle sue emanazioni e scompigliava le carte. Altro blocco, altre reazioni nordcoreane, ennesime difficoltà nel far ripartire il processo diplomatico. Questa tattica è iniziata subito dopo l’insediamento di Bush alla casa Bianca nel 2001. Due i motivi di un moderato ottimismo: l’indebolimento di Bush dopo la sconfitta dei repubblicani nelle elezioni di medio termine e il rafforzamento dell’asse Pechino-Mosca-Seoul sancito al vertice APEC dove George W. Bush e Condoleezza Rice speravano di avere mano libera per stringere ancor più forte la corda attorno al collo del regime di Pyongyang. Defenestrato Rumsfeld, rimosso John Bolton dal suo posto di ambasciatore all’Onu, il Congresso potrebbe frenare le incongruenze più vistose di una politica che è stata, nella migliore delle ipotesi, controproducente. Resta l’incognita di quanto potere goda ancora il vicepresidente Cheney, noto per la sua la lapidaria sintesi su come comportarsi con la Corea del nord: con il regime nordcoreano non si tratta, lo si distrugge. È un fatto che i suoi uomini, a fine 2006, sono tuttora nei posti chiave dell’amministrazione. Gli effetti della ambiguità e della mancanza di visione della politica nordcoreana di Washington (basata sul retro pensiero di mettere in imbarazzo e «contenere» Pechino) sono evidenti sia nella penisola coreana sia a livello regionale. La ricaduta più pericolosa è proprio la corsa agli armamenti fra i due grandi dell’Asia di nord est: Cina e Giappone. Un processo già in fieri che vede Pechino aumentare le spese militari da un lato e, dall’altro, il Giappone del nuovo premier Abe Shinzo (eletto nel settembre 2006) puntare con decisione all’emendamento della Costituzione pacifista del 1947 per affrettare il futuro riarmo (anche nucleare) del Giappone. Come era più che prevedibile Kim Chong-il ha reagito alle pressioni di Washington secondo un canovaccio ricattatorio, vecchio e usurato finché si vuole, ma che in passato si è dimostrato efficace. Passo dopo passo ha percorso tutte le fasi (preannunciandole puntualmente con didascalico puntiglio) per assicurare alla Corea del nord lo status di paese nucleare. È chiaro che Kim Chong-il vorrebbe portare fino in fondo il suo gioco e continuare sulla strada dell’escalation nucleare, l’unica garanzia, ritiene, per evitare la fine di Saddam Hussein. A costo delle inevitabili complicazioni con gli alleati, Cina e Corea del sud, che hanno fino ad ora puntellato il regime nordcoreano. La Cina ha reagito con indignazione ai test missilistici e al test nucleare sotterraneo del regime nordcoreano. Non perché in perfetta sintonia con Washington, come hanno voluto far credere Bush e Rice nell’imminenza delle elezioni di medio termine, ma perché non può permettere al testardo regime di Pyongyang di mettere a rischio gli equilibri di potere che sta pazientemente tessendo a livello globale, in particolare in Asia Orientale. Per la prima volta Pechino (con Mosca) ha firmato le due risoluzioni dell’ONU che hanno condannato i fuochi d’artificio di Kim Chong-il e ha stretto i cordoni della borsa. Ma si è impegnata a riconvocare il tavolo a sei per ribadire la necessità di un’azione diplomatica multilaterale e per togliere alle sanzioni la carica esplosiva che potrebbe fare saltare il regime nordcoreano. Per far capire a Bush che, se è disposta a premere su Pyongyang perché venga a più miti consigli, non intende piegarsi oltre alla logica dei falchi della sua amministrazione. D’altro canto Seoul, che si trova da sei anni tra l’incudine (nordcoreana) e il martello (americano), è decisa a mantenere in piedi la struttura di cooperazione e di aiuti al regime di Pyongyang, costruita con tanto fatica, pazienza e miliardi di dollari. Come e più della Cina non vuole il crollo del regime nordcoreano. La massa di profughi che sfonderebbe il 38° parallelo può distruggere il miracolo economico, politico e sociale che ha fatto della giovane democrazia sudcoreana uno degli stati più dinamici dell’Asia Orientale. Seoul vuole, come il regime di Kim Chong-il, un trattato di pace che ponga fine alla guerra mai finita nella penisola, dato che a tutt’oggi esiste solo l’armistizio del 1953. Ecco perché l’ostilità dell’Amministrazione Bush alla politica sudcoreana di distensione nei confronti fratelli del nord e i tentativi americani di strangolare il regime di Kim hanno provocato crepe sempre più profonde nell’alleanza che lega Seoul a Washington dalla fine della guerra di Corea (1953). Ma non ha potuto sottrarsi anche nel 2006 alla firma di una risoluzione dell’ONU di unanime condanna per i diritti umani calpestati dal regime del nord. In questi due anni il presidente del sud, Rho Moo-hyun, non ha avuto vita facile nemmeno in casa. Il suo stile impolitico e poco presidenziale non piace, è stato attaccato sia da destra sia da sinistra ed è persino entrato in rotta di collisione con il suo partito, URI che gli rimprovera le ultime débacle elettorali. Parte del suo elettorato (soprattutto i ventenni) è più preoccupato per l’emergenza disoccupazione che per i grandi dibattiti ideologici voluti da Rho. Ma nessuno, nemmeno il partito d’opposizione, mette in discussione la politica di aiuti alla Corea del nord. L’economia si è ripresa e si prevede una più che decorosa crescita del 5% per il 2006. Sul fronte della diplomazia economica la Corea di Rho si muove nella scia della Cina. In versione ridotta, naturalmente. Dai paesi centro asiatici, all’India, all’Africa. Dopo il sontuoso forum Cina-Africa di Pechino, a Seoul si è avuto per un solo giorno (8 novembre 2006) il primo forum Corea del sud-Africa. Quanto basta per assicurare i rifornimenti energetici necessari a lubrificare la macchina produttiva della quarta economia asiatica. L’elezione del ministro degli Esteri Ban Ki Moon come prossimo segretario dell’Onu del resto offre a Seoul una nuova visibilità internazionale e una carta in più per portare avanti la sempre più difficile politica di distensione con i fratelli del nord.

 

 

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