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AM 2007/ LA CRISI BIRMANA

Nella tarda estate del 2007 le manifestazioni di massa guidate dai monaci birmani e la dura repressione che vi ha messo fine riportavano la Birmania/Myanmar sulle pagine di cronaca internazionali, ma solo per un breve periodo: il flusso dell’informazione su quanto avveniva nel paese continuava ad essere fortemente ostacolato dalla giunta militare al potere dal 1962, e le notizie circolavano più come eccezione che non come regola, sia all’interno che all’esterno della nazione. Dopo aver schiacciato gli albori della «rivoluzione color zafferano» partita dai monasteri ma a cui si erano ben presto uniti anche studenti, semplici cittadini e membri del Partito di opposizione NLD (National League for Democracy, vincitore delle elezioni del 1990 mai riconosciute dalla giunta), i generali procedevano a rafforzare i già imponenti controlli su telefoni cellulari, televisioni satellitari e Internet, portando avanti arresti di massa e intensificando lo stato di polizia che vige da decenni nelle città, nelle campagne e nei monasteri. Dopo l’iniziale sgomento davanti alla violenza della repressione, che ha portato a 15 morti secondo la giunta, e almeno 31 secondo le Nazioni Unite, con 74 persone scomparse [W/UN], le pressioni internazionali andavano affievolendosi già dalla fine dell’anno, come bloccate davanti all’apparente mancanza di progressi fatti

 

laria Maria Sala

8 Dicembre 2008 Birmania Asia Maior 2007

1. Premessa

Nella tarda estate del 2007 le manifestazioni di massa guidate dai monaci birmani e la dura repressione che vi ha messo fine riportavano la Birmania/Myanmar sulle pagine di cronaca internazionali, ma solo per un breve periodo: il flusso dell’informazione su quanto avveniva nel paese continuava ad essere fortemente ostacolato dalla giunta militare al potere dal 1962, e le notizie circolavano più come eccezione che non come regola, sia all’interno che all’esterno della nazione. Dopo aver schiacciato gli albori della «rivoluzione color zafferano» partita dai monasteri ma a cui si erano ben presto uniti anche studenti, semplici cittadini e membri del Partito di opposizione NLD (National League for Democracy, vincitore delle elezioni del 1990 mai riconosciute dalla giunta), i generali procedevano a rafforzare i già imponenti controlli su telefoni cellulari, televisioni satellitari e Internet, portando avanti arresti di massa e intensificando lo stato di polizia che vige da decenni nelle città, nelle campagne e nei monasteri. Dopo l’iniziale sgomento davanti alla violenza della repressione, che ha portato a 15 morti secondo la giunta, e almeno 31 secondo le Nazioni Unite, con 74 persone scomparse [W/UN], le pressioni internazionali andavano affievolendosi già dalla fine dell’anno, come bloccate davanti all’apparente mancanza di progressi fatti.
Gli Stati Uniti, e in misura minore l’Unione Europea, continuavano ad essere i due poli diplomatici intenzionati a mettere a punto una serie di sanzioni economiche severe, che restavano però di scarso effetto in mancanza dell’appoggio dei Paesi che portavano avanti commerci intensi con la Birmania: la Thailandia, Singapore, l’India e, sempre più, la Cina. In sede Onu, il tentativo di formulare una mozione di condanna o sanzioni generalizzate si scontrava del resto con l’opposizione di Russia e Cina. Dietro le quinte, India, Cina, e ASEAN (Association of South East Asian Nations) potrebbero star continuando ad esercitare limitate pressioni sui militari, ma poco traspariva alla fine del periodo preso in esame, e la situazione interna al Paese non dava segno di miglioramento politico.
La giunta ha mantenuto anzi la sua imprevedibilità: il 9 febbraio sera ha deciso di annunciare a sorpresa la data del referendum per approvare la nuova Costituzione (un processo redazionale durato 14 anni, da cui sono stati esclusi i partiti di opposizione); questo dovrebbe essere seguito da una consultazione elettorale prevista per il 2010, a venti anni dall’ultimo scrutinio pubblico. La notizia veniva accolta con totale scetticismo dalla NDL, alla cui testa si trova il Premio Nobel per la Pace 1991 Aung San Suu Kyi, tutt’ora agli arresti domiciliari, e dalla quasi totalità degli osservatori, incluse le Nazioni Unite stesse: l’unico commento positivo veniva dall’ASEAN, il cui presidente di turno, il tailandese Surin Pitsuwan, dichiarava che si trattava di “un passo nella direzione giusta” [W/R, 12 febbraio 2008].
Dopo due decenni di costruzione di un impianto che consenta loro di restare al potere pur dietro la facciata di un’amministrazione civile (grazie in particolare al ruolo dell’USDA, Union, Solidarity and Development Association, che vedremo nel dettaglio più avanti), l’SPDC (State Peace and Development Council, il nome dato dalla giunta al governo militare) agli inizi del 2008 appariva dunque, con quest’annuncio, sufficientemente sicuro di sé e del suo operato. Tanto più che l’opposizione, dopo essere stata esclusa dal processo costituente negli scorsi anni, ed essere stata decimata da arresti, esili e lunghe pene carcerarie per «tradimento» e «sedizione», sarà chiamata ad affrontare il voto popolare in un clima di totale repressione politica: l’SPDC infatti non ha accennato a diminuire il controllo sulla stampa e le libertà di espressione e di assemblea, non ha annunciato la scarcerazione di nessun prigioniero politico né la revisione delle leggi militari speciali che impediscono lo sviluppo del dibattito politico, ed ha stabilito che il capo dello stato resterà un militare.

La crisi umanitaria e sociale del paese investiva tutti i campi: da quelli legati alla sanità e all’istruzione, alla totale assenza di diritti dei lavoratori [Brighi 2006], ai numerosi casi di reclutamento forzato di minori nell’esercito [HRW 2007a], all’utilizzo sistematico della tortura, ai problemi legati all’ambiente, segnato da inquinamento urbano, disboscamenti massicci, e così via.
Anche a livello economico la Birmania si trovava in uno stadio di crisi permanente, con un progressivo impoverimento della popolazione, in particolare nelle zone rurali, dove si registrava anche un deteriorarsi costante del livello di nutrizione degli abitanti ed un’altissima mortalità infantile (104 decessi per 1000 nascite; si veda la controversia sulla statistica in W/M, 8 febbraio 2008). La Birmania era, agli inizi del 2008, l’unico paese al mondo in cui si poteva ancora morire di beri beri, una malattia legata ad avitaminosi. Le significative ricchezze del Paese, fra cui petrolio e gemme, andavano quasi interamente a beneficio dell’apparato militare, che, nell’anno in esame, si trovava ancora impegnato in spese consistenti per terminare la nuova capitale amministrativa, Naypyidaw, dichiarata tale nel 2005 e abitata da funzionari e generali dal 2006.
Le manifestazioni del 2007 hanno però lasciato un’impronta profonda, ribadendo il divario fra una giunta militare forte, con in mano tutte le leve del potere, ed una popolazione tenuta in miseria e sotto controllo. Non di meno, l’appoggio economico di alcuni dei paesi sopra citati sembrerebbe in grado di favorire, almeno nell’immediato, la capacità dei militari di restare al potere, in una situazione di cronica instabilità. Non solo nelle zone propriamente birmane, infatti, ma anche alle frontiere, nelle regioni abitate da gruppi etnici minoritari, molte restano le zone di conflitto aperto, e il cessate il fuoco firmato dai militari nel corso degli anni con alcune minoranze etniche continua ad essere frammentario e precario.
Si è scelto nel presente saggio di mantenere l’appellativo del Paese “Birmania”, e non Myanmar, sia perché il primo rimane più comune in Italia sia perché la decisione di modificare il nome della nazione è stata presa in modo unilaterale dalla giunta militare, dopo aver annullato i risultati delle elezioni del 1990, scelta altamente controversa.


2. Situazione economica e politica prima delle manifestazioni

Paese di grandi ricchezze minerarie ed energetiche, nonché terra dalle bellezze naturali dal grande potenziale turistico, la Birmania deve tutta la sua attuale debolezza economica all’incapacità amministrativa della giunta militare e alle ripetute, sanguinose repressioni che hanno isolato il paese. Agli inizi del 2008 l’SPDC, a capo di circa mezzo milione di soldati, controllava la quasi interezza dell’economia nazionale, con solo una piccola percentuale nelle mani dell’imprenditoria privata. Gli investimenti diretti esteri erano ancora controllati del principale conglomerato del paese, la UMEH (Union of Myanmar Economic Holdings Company Limited), sotto il ministero della Difesa e direttamente controllata dai militari che ne compongono il consiglio di amministrazione.
In seguito alle manifestazioni dell’estate-autunno del 2007, nella speranza di indebolire i militari, gli Stati Uniti avevano deciso di allargare le sanzioni imposte al paese includendo non solo i generali stessi e le aziende e le persone collegate alla UMEH, ma anche i parenti e le mogli dei generali e il principale uomo d’affari birmano, Tay Za, a capo della Htoo Trading Company Limited, la principale azienda privata del Paese.
L’estrema povertà della popolazione, 51 milioni di persone, ha più volte sollevato l’allarme [Asian Human Rights Commission 1999; Havel, Tutu 2005]: la Birmania, uno dei paesi più ricchi della regione subito dopo la Seconda Guerra Mondiale e la conquista dell’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1948, contava nel 2006 su un PIL pari quasi alla metà di quello del Bangladesh o a quello della Cambogia (281 dollari USA, contro i 437 dollari USA e 453 dollari USA rispettivamente per gli altri due Paesi [W/UNS]). La diffusa povertà birmana nel 2007 faceva sì che un bambino su cinque fosse malnutrito, meno del 50 % dei bambini sotto i dieci anni potesse completare la scuola elementare, e la popolazione, indebolita, avesse una capacità di resistenza inferiore alla media mondiale alle malattie infettive: mentre circa 700.000 persone soffrivano di malaria, 130.000 di tubercolosi, e 60.000 di AIDS, questi ultimi senza nessun accesso a medicine retrovirali [UN Country Team, 2007].
Tutto questo, però, non si applicava ai generali: da quando la capitale del paese era stata trasferita da Rangoon a Naypyidaw (con un’usuale annuncio a sorpresa), lo Stato aveva impiegato enormi risorse per edificare ed approntare la nuova città-fortezza, occupata dal quartier generale dell’esercito, dai funzionari e dagli impiegati dei ministeri ma, significativamente, non dalle ambasciate internazionali. Come è stato notato da alcuni analisti, l’allontanamento dalla «ribelle» Rangoon dei funzionari che avevano ingrossato le fila delle manifestazioni del 1988 poteva anche assicurare un controllo più diretto del «cuore» del sistema governativo: un isolamento prezioso per la giunta, sopportato dagli impiegati statali con rassegnazione [Egretau 2007].
È difficile trovare un bilancio credibile di quanto sia costata la nuova capitale, ma la sensibilità popolare su questo tema, e più in generale sullo stile di vita dei militari, è molto alta: già nel 2006 molti birmani con accesso a computer avevano avuto modo di indignarsi davanti ad un video amatoriale, diffuso anonimamente e visionabile su youtube.com, con immagini del matrimonio di Thandar Shwe, la figlia del generale Than Shwe, capo dell’SDPC e dittatore del Paese [W/YT]. Nel video sono visibili le stanze della casa nuziale della coppia (lo sposo era il maggiore Phyo Zaw Win, vice ministro del Commercio), il ricchissimo abbigliamento della sposa, con le mani, il collo e la capigliatura piene di gioielli e diamanti, nonché i regali fatti alla coppia (auto, gioielli e altri prodotti di lusso), stimati in diversi milioni di dollari. La sezione che mostra il ricevimento nuziale e l’abbondante banchetto, infine, sigillava definitivamente il divario fra lo stile di vita dei militari e quello di tutti gli altri. L’impatto del notissimo video e la logorante diffusione della corruzione governativa non possono essere sottovalutati per comprendere le manifestazioni del 2007.
Fra le principali fonti di guadagno per i militari, dal 1964 ad oggi, vi sono il petrolio (solo la Thailandia lo acquista per un valore di 2 miliardi di dollari USA l’anno), il legname pregiato e le gemme. La vendita di queste ultime è organizzata in grandi fiere stagionali, come quella che si è tenuta nel marzo del 2006 e che, a quanto si dice, da sola avrebbe apportato 185 milioni di dollari USA alla giunta, principalmente grazie a compratori cinesi e tailandesi [W/I, 11 febbraio 2008]. Negli ultimi mesi del periodo preso in esame, inoltre, quello che stava attirando l’attenzione internazionale erano le varie trattative che vedevano protagonista l’India e la Cina per aggiudicarsi lo sviluppo del porto di Sittwe e l’apertura di un gasdotto che attraversi la Birmania, arrivando Cina.
Agli inizi del 2008, per la popolazione birmana le possibilità di impiego al di fuori dell’agricoltura erano scarse e precarie, la popolazione urbana soffriva di un alto tasso di inflazione, di disoccupazione, di frequenti black out elettrici, di una struttura sanitaria in pieno collasso e del progressivo deteriorarsi delle strade e di altre infrastrutture pubbliche. Le proteste dell’agosto del 2007 hanno infatti preso il via dalla decisione presa dall’SPDC il 5 agosto di aumentare del 500% il prezzo del carburante, con un conseguente rincaro a catena del costo della vita.
La situazione più propriamente politica non ha saputo evolvere negli ultimi anni, al di là del tentativo portato avanti dall’SPDC di creare un’organizzazione di facciata che potesse, col tempo, sostituirlo nella gestione quotidiana del paese, presentandosi alle elezioni con un partito non militare, riempiendo i ministeri di suoi membri e consentendo alla giunta di dichiararsi lontana dalla leve del governo. Fondata nel 1993, l’organizzazione in questione è l’USDA, nota anche con il nome di “Camicie bianche” [NDD, 2006], più volte definita dai principali organi di stampa (ad es. «The New Voice of Myanmar» e il «Myanmar Times») il «braccio politico» della giunta. È una vasta organizzazione di massa, con 23 milioni di membri che avrebbero scelto «volontariamente» di farne parte, per quanto le sanzioni pecuniarie per chi non partecipa la rendano una sorta di forza mercenaria. Registrata dalla giunta come «associazione per il welfare sociale», consente di aggirare la proibizione ad appartenere a un partito politico a cui sono soggetti i membri dell’esercito e i funzionari statali. Presidente dell’USDA in perpetuità è lo stesso generale Than Shwe, di 75 anni; molti alti ufficiali sono membri, così come tutta la leadership militare del paese, mentre impiegati statali e insegnanti hanno l’obbligo di farne parte. Il segretario generale dell’organizazzione è il ministro per l’Agricoltura e l’Irrigazione, maggior generale U Htay Oo. L’USDA, secondo gli annunci della stampa ufficiale, stava progressivamente sostituendosi all’SPDC nel controllo dell’amministrazione dei villaggi e di alcune piccole municipalità. L’USDA è inoltre il principale organo di controllo sociale e di sorveglianza civile, capace di identificare ed isolare ogni forma di dissenso, intimidire e anche effettuare arresti, coadiuvata in questo dalla SAS (Swan Arr Shin o People’s Masters of Force, non pubblicamente riconosciuta dalla giunta, che eroga però i salari ai suoi membri). Quest’ultima è la milizia più frequentemente associata ai pestaggi di civili e ad altri severi abusi nei confronti della popolazione; è inoltre responsabile di molti dei raid nei monasteri dopo la repressione del settembre 2007. All’USDA e alla SAS è stato affidato il compito di riempire le strade in occasione delle varie «manifestazioni spontanee» organizzate contro Aung San Suu Kyi e i membri della NDL, contro i gruppi di resistenza delle frontiere o contro i critici internazionali del regime come gli Stati Uniti. Partecipare alle manifestazioni, trasmesse dalla televisione nazionale, prevede una ricompensa in denaro, mentre chi non lo fa deve pagare una penale.

3. Le manifestazioni, la repressione e le elezioni annunciate

Come abbiamo visto, la prima scintilla a portare in piazza i monaci è stata di natura economica, in risposta all’improvviso aumento dei prezzi del carburante, il 15 agosto. Le manifestazioni si sono rapidamente allargate a tutto il paese e a diversi strati della popolazione. Il 22 settembre, un gruppo di monaci è stato autorizzato a fermarsi davanti alla residenza di Aung San Suu Kyi (che ha trascorso agli arresti domiciliari 12 degli ultimi 18 anni). Significativamente, i soldati preposti alla sua sorveglianza le hanno concesso di avvicinarsi al cancello e di pregare con i monaci, in un certo modo consentendo alla leader del movimento di dare il suo appoggio carismatico alle proteste. Dal 21 al 26 settembre i partecipanti alle manifestazioni, secondo le informazioni trapelate all’esterno grazie a Internet e ai telefoni cellulari, erano già molte decine di migliaia.
Il governo rispondeva solo la sera del 24 settembre, quando il brigadier-generale Thura Myint Maung, ministro per gli Affari Religiosi, denunciava le manifestazioni in quanto ispirate da «elementi disfattisti interni ed esterni, gelosi dello sviluppo e della stabilità nazionali», in un discorso teletrasmesso. Il 25 settembre l’ABMA (All Burma Monks Alliance, organizzazione formatasi in occasione delle proteste) e gli studenti della «Generazione 88» (con riferimento all’anno delle precedenti manifestazioni anti-governative, conclusesi con una violentissima repressione che aveva portato ad almeno 3.000 morti) rispondevano dichiarando che le manifestazioni sarebbero continuate. Il 25 sera, l’SDPC imponeva dunque la legge marziale sul paese e un coprifuoco dal tramonto all’alba. La soppressione armata delle manifestazioni avveniva il 26 e, soprattutto, il 27 settembre, giorno in cui veniva ucciso anche il fotogiornalista giapponese Kenji Nagai.
Mentre il sangue scorreva ancora per le vie di Rangoon, il 28 settembre Ibrahim Gambari, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, arrivava a Rangoon, accolto all’aeroporto da una rappresentanza diplomatica cinese, che giocava un ruolo significativo nel convincere i militari a concedere l’accesso a Gambari. Ciò non toglie che due giorni prima, il 26 settembre, la Cina avesse imposto il veto a sanzioni contro la Birmania, nel corso di una sessione di emergenza del consiglio di sicurezza dell’Onu.
L’arrivo di Gambari, però, non portava a significativi cambiamenti: malgrado le promesse fatte all’inviato Onu, infatti, gli arresti e i raid nei monasteri e nelle case dei presunti partecipanti alle proteste continuavano; Aung San Suu Kyi, anche se le veniva concesso di incontrarsi con Gambari, non veniva scarcerata; le relazioni con lei, gestite attraverso un «ministro per le Relazioni», Aung Kyi, venivano portate avanti in modo formale, privo di scadenze e concretezza. Secondo Amnesty International, alla fine del 2007 1.850 prigionieri politici arrestati dopo le manifestazioni rimanevano in prigione, 96 dei quali arrestati dal mese di novembre [W/AI] .
Dopo la repressione, dunque, ed in un momento di isolamento maggiore del solito, la giunta decideva di annunciare la conclusione della lunga convenzione nazionale, che aveva portato alla redazione della nuova costituzione del paese, e di indire la data di un referendum per approvarla. Due anni dopo il referendum, ci dovrebbero essere le elezioni: si potrebbe essere tentati di vedere un parallelo con il 1990, quando, due anni dopo la violentissima soppressione delle manifestazioni dell’8 agosto 1988, i generali avevano indetto le elezioni, rifiutandosi poi di onorarne il risultato. Ma il parallelo è solo apparente: per quanto riguarda i generali, infatti, questi diciotto anni non sono passati invano, dal momento che hanno non solo potuto creare la massiccia organizzazione paramilitare dell’USDA e le milizie ad essa collegate, ma anche conquistarsi alcuni amici di rilievo come la Cina. Non solo. La nuova costituzione contiene anche diverse norme che favoriscono il mantenimento del potere dei generali e pare voler consentire solo le forme, ma nessuno dei contenuti, di una maggiore rappresentanza popolare. La nuova costituzione, infatti, prevede che i generali abbiano il potere di porre il veto a qualunque decisione parlamentare e assicura che il 25% dei seggi in parlamento sia riservato all’esercito. Inoltre, la costituzione, a quanto è trapelato nel corso degli anni, dovrebbe sancire l’esclusione dalle cariche di stato di chiunque sia stato sposato ad un cittadino straniero; si tratta di una clausola chiaramente indirizzata contro Aung San Suu Kyi, vedova dal 1999 del professore inglese Michael Aris.
La sicurezza di sé con cui i generali annunciavano al mondo la decisione di andare alle elezioni confermava, senz’altro, una fondamentale incapacità della giunta di essere in contatto con la popolazione e con il suo profondo scontento. È infatti possibile che i generali, una volta di più, abbiano sottovalutato il profondo risentimento nei loro confronti; l’esito del referendum non può essere previsto, in parte in quanto la percentuale di affluenza alle urne è imprevedibile, in parte in quanto dipende dalla trasparenza del voto e dalla correttezza delle operazioni di spoglio.


4. «Quando la Cina starnutisce, l’Irawaddy straripa»

Mentre la comunità internazionale reagiva con sdegno all’operato dei militari davanti alle manifestazioni pacifiche, la solida alleanza fra Pechino e Naypyidaw indeboliva la volontà dell’India di porsi come voce critica nei confronti della giunta birmana. Negli ultimi due anni, infatti, Nuova Delhi sembra essere stata presa di sorpresa dalla capacità cinese di entrare in rapporti commerciali vantaggiosi con un paese che l’India considera parte della sua sfera di influenza e che è ricco in risorse petrolifere. Da qui il tentativo di Nuova Delhi di recuperare terreno. L’amicizia fra la giunta birmana e la Cina si è sviluppata, in gran parte, per rispondere sia al fabbisogno crescente delle materie prime necessarie ad alimentare un’economia in forte espansione sia al desiderio di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico. In questa prospettiva, nel 2007 la Cina concludeva le trattative con la Birmania per costruire un gasdotto destinato a trasportare le riserve di gas dalla piattaforma marittima di Shwe, vicino all’isola di Ramree, mentre un oleodotto parallelo dovrebbe cominciare ad essere costruito nel 2009, per trasportare il greggio africano e mediorentale in Cina meridionale, evitando lo Stretto di Malacca, congestionato, percorso da navi americane e che allunga di alcuni giorni le rotte dall’Oceano Indiano alla Cina. Per contrastare le sanzioni USA, che non autorizzano le banche americane a portare avanti transazioni per conto dei militari birmani, secondo alcune informazioni la giunta si appresterebbe a condurre il commercio con la Cina direttamente in valuta cinese [E, 7 febbraio 2008]. Si profila, quindi, tra i due paesi un intensificarsi degli scambi che potrebbe vanificare l’effetto di molte delle sanzioni messe in piedi dagli altri paesi. Chiaramente, la possibilità di tessere un’amicizia significativa con una nazione con diritto di veto nel consiglio di sicurezza, e che non pone condizioni politiche od umanitarie prima di avviare relazioni commerciali, si rivelava interessante anche per una giunta che in passato aveva guardato alla Cina con malcelato sospetto. Pechino, del resto, ha portato avanti anche con la Birmania il gioco multiplo che ne ha contraddistinto in mille occasioni la diplomazia: mantenendo cioè relazioni di amicizia tanto con la giunta che con l’opposizione, sia quella in esilio sia quella ancora presente sulla scena domestica birmana. Gli scambi fra i due paesi, intanto, comprendono anche il commercio di armi, con vendite dalla Cina alla Birmania pari a circa 1,5 miliardi di dollari USA. Va sottolineato che proprio mentre i militari aprivano il fuoco sui dimostranti, il ministro degli Affari Esteri birmano, Nyan Win, volava a Pechino, per incontrarsi con alcuni alti dignitari cinesi. Per diversificare le sue fonti di armamenti, però, la Birmania negli ultimi tempi acquistava anche dalla Russia, dall’Ucraina e dalla Corea del nord [W/AT, 2 febbraio 2008].
Già da alcuni anni, tuttavia, abbondavano i sospetti sullo stato di salute del genereale Than Shwe, che è solito recarsi a Singapore per ogni tipo di trattamento medico. Se davvero il capo dello stato birmano versava in condizioni di salute instabili, le relazioni con la Cina potrebbero trovarsi davanti a un nuovo imprevisto: il numero due della giunta, Generale Maung Aye, probabile successore di Than Shwe, ha infatti più volte espresso il suo sospetto nei confronti delle intenzioni cinesi in Birmania.
L’India, che nel passato era stata criticata proprio per la vendita di armi alla Birmania, pur avendo unito la sua voce a quante condannavano la sanguinosa repressione di settembre e facendo voto di non voler più avere scambi militari con Naypyidaw, firmava con la giunta birmana un contratto per 120 milioni di dollari USA per sviluppare il porto di Sittwe, sulla costa occidentale dell’Arakan, un progetto che era conteso anche dalla Cina. Nyan Win, del resto, compieva nel gennaio del 2008 una visita diplomatica di alto livello a Nuova Delhi, nel corso della quale ha incontrato anche il primo ministro indiano, Manmohan Singh [W/AN 2 gennaio 2008].


5. Frontiere: la guerra civile senza fine

L’Unione birmana è ufficialmente divisa in sette divisioni e sette stati, abitati, questi ultimi, in particolar modo dai gruppi etnici minoritari presenti in modo significativo nelle zone di frontiera. Fin dai tempi dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, però, l’unione nazionale è stata solo una chimera: alcuni dei gruppi etnici minoritari da decenni lottano per ottenere un loro stato indipendente, portando avanti una guerriglia costante, che ha costituito un vero rompicapo per i militari. Questi sono però riusciti a dividere in modo significativo i «ribelli» che si nascondono nella giungla e nelle montagne del Nord del paese, firmando una serie di cessate il fuoco con alcuni gruppi etnici o semplicemente con alcuni gruppi paramilitari divisisi dai loro precedenti alleati etnici. Il più importante gruppo etnico minoritario è quello degli Shan, il cui partito, l’SNLD (Shan Nationalities League for Democracy) era divenuto il secondo maggior partito politico con le elezioni del 1990. L’SNLD è particolarmente invisa alla giunta, che ha arrestato e condannato i due leader storici del gruppo: il maggior generale Sao Hso Ten, presidente dell’SNLD è stato infatti condannato a 106 anni di prigione nel 2005, mentre il capo esecutivo dell’SNLD, Hkun Htun Oo, ha avuto una condanna a 92 anni di reclusione, per aver partecipato ad un incontro clandestino in cui veniva stabilito di boicottare la Convenzione Nazionale. Il segretario dell’SNLD, Sau Nyunt Lwin, sta scontando una pena di 75 anni. Appariva dunque chiaro che la durezza con cui venivano trattati i leader del secondo partito nazionale serviva sia per liberarsi di leader politici rivali, sia come deterrente per ogni altro gruppo etnico minoritario che avesse voluto sfidare la giunta sulla scena politica.
I gruppi etnici che hanno firmato il cessate il fuoco, però, non sono del tutto assoggettati al volere di Than Shwe: quattro di questi, infatti, hanno pubblicato in ottobre una mozione di condanna dell’utilizzo della forza contro i dimostranti. Di nuovo, la strategia del divide et impera della giunta birmana mostra, in ogni occasione di crisi, tutti i suoi limiti: nemmeno chi ha firmato un cessate il fuoco è pronto a sostenere l’operato dei generali di Naypyidaw.

6. Conclusioni

La giunta birmana ha continuato a restare sorda ad ogni tipo di pressione, tanto quella esercitata con estrema diplomazia, come era il caso dell’ASEAN, quanto quella più energica degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Malgrado questo, l’imponenza delle manifestazioni del 2007 dimostrava che la popolazione birmana non era ancora rassegnata ad accettare in perpetuità le difficoltà politiche, economiche e sociali delle quali è vittima da decenni. E per quanto i militari moltiplichino le «garanzie» per restare al potere, approvando leggi supplementari che criminalizzano ogni tipo di opposizione al loro regime e rafforzando la loro facciata civile con il potenziamento dell’USDA, la situazione in Birmania rimane volatile. Nuove crisi, anche più significative di quelle del 2007, non possono essere escluse a breve o medio termine.


Riferimenti bibliografici


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W/AI Amnesty International (http://www.amnesty.org/en/region/asia- and-pacific/south-east-asia/myanmar)
W/AN AndhraNews.net (http://www.andhranews.net/India/2008/January/2-Myanmar-Foreign-Minister-28159.asp)

W/AT «Asia Times» (http://www.atimes.com)

W/ I «The Irrawaddy» (http://www.irrawaddy.org)

W/M «Mizzima News» (http://www.mizzima.com)

W/R «Reuters» (http://www.reuters.com).

W/UNS United Nations Statistics Division (http://unstats.un.org/unsd/demographic/products/socind/inc-eco.htm)

Asian Human Rights Commission
1999 Voice of the Hungry Nation: on Food Scarcity and Militarization in Burma, Hong Kong.

Brighi, Cecilia
2006 Il Pavone e i generali – Birmania: storie da un Paese in gabbia, Milano

Havel, Vacláv, e Desmond M. Tutu
2005 Threat to the Peace; A Call for the UN Security Council to Act in Burma, DLA Piper Rudnick Gray Cary, Washington.

Egretau, René
2007 Pas de « Révolution de safran» en Birmanie (http://www.monde-diplomatique.fr/2007/11/EGRETEAU/15293)

Human Rights Watch
2007 a Sold to Be Soldiers: The Recruitment and Use of Child Soldiers in Burma (http://hrw.org/reports/2007/burma1007/)

Human Rights Watch
2007 b Crackdown: Repression of the 2007 Popular Protests in Burma (http://hrw.org/reports/2007/burma1207)

UN Country Team,
2007 “Statement of the United Nations Team in Myanmar,”

 

 
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